Un Mamuthone alla casa Rosada

Debbo dire che ho cominciato la lettura del libro di Luigi Balia con curiosità e interesse, lungi dal pensare che il mio amico di frequenti incontri mattutini, per gustare insieme un buon bicchiere di vino, coltivasse l’amore per la prosa, la storia, la politica, non disgiunto da un serio sforzo di introspezione dei personaggi della storia che ci ha raccontato. Non perché dubitassi che il mio amico non avesse una buona cultura e molti interessi – cosa che rendeva piacevole il conversare con lui – ma ritrovarmelo “romanziere” è stata una sorpresa.
Un Mamuthone alla casa Rosada
Un Mamuthone alla casa Rosada
Gli avevo promesso che dopo la lettura gli avrei fatto conoscere il mio punto di vista critico sul lavoro e ora mantengo la promessa.
Intanto l’ambientazione, il paese Mamoiada, la famiglia del giovane Giovanni Piras, i parenti che ruotano attorno, caratteri e sensibilità dei protagonisti, personalmente mi hanno riportato alla mia infanzia, perché quel contesto dei primi del Novecento non si è modificato fino agli anni Cinquanta e si riscontrava in tutti i paesi vicini: la madre governava la famiglia, allevava ed educava i figli, li consigliava e li seguiva nelle relazioni che intessevano nel vicinato, nel paese, in chiesa, a scuola; il padre provvedeva ad assicurare i mezzi di sostentamento e – considerata l’economia agropastorale che caratterizzava il centro della Sardegna – per lunghi periodi viveva lontano dalla famiglia, quindi doveva giocoforza delegare alla moglie compiti gravosi, tenendosi costantemente aggiornato su problemi e necessità.
Non c’era molto tempo per coltivare gli affetti, “alloddiare” i figli, limitandosi i rapporti fra genitori e figli a impartire le norme fondamentali di comportamento, le buone maniere da osservare in casa e fuori, la cura delle relazioni parentali. Fra i genitori il più penalizzato era il padre, stante gli impegni di lavoro che gli impedivano di stabilire con i figli un dialogo frequente, entrare in confidenza, condividere problemi legati all’età dello sviluppo, alle difficoltà che tutti i giovani incontrano nell’adolescenza.
In questo quadro relazionale c’era poco spazio per le tenerezze, carezze, totalmente assenti i baci, quasi consistessero in una manifestazione di debolezza, che non si addiceva alla figura del padre che doveva impersonare “l’autorità”.
Bene descrive Luigi questi aspetti relazionali all’interno della famiglia e solo quando padre e figlio hanno la possibilità di stare insieme per alcuni giorni, durante il viaggio d’affari in Ogliastra, riescono a stabilire quei canali di comunicazione fino ad allora inesistenti. Quei canoni di comportamento, però, non ci devono indurre a pensare che la figura paterna fosse fredda e insensibile. No, era un atteggiarsi, quasi un voler far capire che l’autorità si doveva manifestare con compostezza, quasi freddezza, e sguardi accigliati, rarissimi sorrisi.
Nelle sue memorie, Adriano, traccia un quadro non dissimile, circa l’educazione ricevuta dal suo avo Marullino: “Era un vegliardo alto, scarno, scolorito dagli anni. Mi concedeva lo stesso affetto schivo di tenerezza, di manifestazioni esteriori, quasi direi di parole, che aveva per gli animali della sua fattoria, per le sue terre…” (Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”).
È stato necessario per Giovanni Piras, per conoscere veramente il padre, vivere con lui gomito a gomito per qualche giorno, durante il viaggio in Ogliastra, per avere momenti di dialogo, guardarsi negli occhi, studiarsi da vicino. A quel punto Giovanni scopre che il padre non è quella persona burbera e fredda come gli era apparso fino ad allora, ma una persona premurosa e affettuosa che si preoccupava di coprire bene il figlio per proteggerlo dal freddo durante la sosta notturna, sul costone di Correboi, oppure quando al risveglio, ancora prima del sorgere del sole e prima di riprendere il viaggio, trovava la colazione pronta, caffellatte caldo, avendo il padre già munto Maseda e Presumia.
Queste attenzioni hanno fatto sciogliere in Giovanni la sua riservatezza e – acquistando  più confidenza – mette al corrente il padre dei suoi progetti argentini e delle grandi difficoltà che sta incontrando per l’opposizione della madre, preoccupata solo del fatto che quella partenza potrebbe farle perdere per sempre il figlio.
A questo punto, altro miracolo del dialogo, Giovanni si trova il padre totalmente schierato dalla sua parte, dopo aver compreso quanto egli tenesse alla realizzazione di quel sogno ed era pronto a sfidare anche la moglie.
Fu così che qualche tempo dopo, Giovanni con la benedizione del padre e della madre, la compagnia di una decina di amici mamoiadini, una bisaccia piena di speranze e un pizzico di armidda che la madre di nascosto gli aveva messo per fargli ricordare nei momenti difficili il profumo della sua terra, si trovò a navigare nel vasto mare oceano alla volta dell’Argentina. Diversamente dai suoi compagni di viaggio, Giovanni – che prima di partire da Genova si era procurato libri e giornali che parlavano del Paese che li doveva accogliere – durante il viaggio aveva letto e memorizzato tutto quanto poteva sull’Argentina: storia, geografia, cultura e origine dei suoi abitanti, politica e sistema di governo.
Giovanni, in buona sostanza, voleva essere pronto ad integrarsi e rapportarsi con la gente che avrebbe incontrato appena sbarcato, mentre i suoi compagni trascorrevano il loro tempo in interminabili partite a carte, anzi talvolta ironizzavano sulle lunghe letture del loro amico, quasi disdegnasse la loro compagnia.
Giovanni ha messo piede nella “nuova terra” e grazie alla sua lungimiranza, alle sue letture e alla conoscenza della lingua, diventa il punto di riferimento per i suoi amici di ventura. È lui l’interprete, è lui la guida, e gli amici – nel viaggio che li porta alla “fazenda”, dove dovranno prendere lavoro – si affidano totalmente a lui.
Comincia così un’altra navigazione, in un altro oceano misterioso, dove mano a mano che si va avanti, si perdono le tracce di Giovanni Piras e dei suoi amici; forse sono incappati in qualche tempesta o approdati in qualche spiaggia a seguito di un naufragio.
Tempo dopo si iniziano a ritrovare elementi che fanno pensare che alcuni degli amici di Giovanni siano scampati a questo naufragio, come l’amico soprannominato “Canela”, e da altri elementi raccolti dall’Autore e da altro ricercatore, interessato alla storia e al personaggio chiave di questa vicenda, pare che sia scampato lo stesso Giovanni e gli altri amici. Tutto appare, a mio parere, abbastanza misterioso e intrigante, ma per saperne di più invito gli interessati a leggere il libro di Luigi, per conoscere come secondo lui questa storia si è sviluppata e conclusa alla Casa Rosada di Buenos Aires, dove troverete ad accogliervi Giovanni Piras da Mamoiada.
IMG 0316